Il vernissage del Salon d’Automne 2026, Place de la Concorde, Parigi
Il 27 ottobre, durante il vernissage del Salon d’Automne, Corridoio ha incontrato il pubblico.
Dopo i mesi trascorsi nello studio de La Terra dell’Upupa, ad Amelia, dopo il viaggio verso Parigi e il paziente lavoro di installazione, le cinque tele sono finalmente diventate uno spazio di incontro.
Ed è stato emozionante osservare ciò che accadeva davanti all’opera.
Alcuni visitatori si fermavano a distanza, cercando di abbracciare con lo sguardo i cinque metri del polittico. Altri si avvicinavano lentamente, soffermandosi sui volti, sulle architetture, sulle macerie, sulle figure che percorrono il cammino centrale.
Qualcuno indicava un particolare, qualcuno ne parlava con la persona accanto. Altri rimanevano in silenzio.
Era come assistere alla nascita di tanti percorsi diversi dentro la stessa immagine.
Corridoio nasce dal desiderio di porre una domanda sulla condizione umana, sulla sofferenza, sulla dignità e sulla possibilità di continuare a camminare anche attraverso le macerie della storia.
Ma un dipinto non può esaurirsi nelle intenzioni di chi lo realizza.
È nello sguardo di chi lo incontra che può rivelare altri significati.
Le persone nei dormitori, dapprima percepite come presenze lontane, acquistano progressivamente un volto, uno sguardo, una storia. Non sono più soltanto figure da osservare: sembrano chiedere di essere riconosciute.
E chi si trova davanti a loro non resta necessariamente un semplice spettatore.
Guardare Corridoio significa anche compiere un passo ulteriore: non limitarsi a osservare quelle figure, ma domandarsi che cosa significherebbe trovarsi lì, tra le macerie, accanto alle persone che percorrono quel cammino.
Non essere soltanto davanti al dipinto, ma immaginare, anche per un istante, di farne parte.
Durante il vernissage ci sono state molte domande, conversazioni, osservazioni. Le copie dello statement messe a disposizione del pubblico sono andate quasi esaurite.
Un interesse che mi ha colpito non soltanto per la partecipazione, ma per il desiderio di comprendere ciò che si trova oltre la prima impressione.
Mi torna alla mente una riflessione di Tullio Pericoli sul ruolo attivo dello spettatore: un dipinto non si esaurisce nei confini della tela, ma continua attraverso l’esperienza di chi lo guarda.
Chi osserva porta con sé la propria memoria, la propria sensibilità, le proprie domande. E può scoprire nell’opera qualcosa che neppure il pittore aveva previsto.
C’è una fotografia che mi sembra particolarmente significativa: una figura scura, sola davanti a Corridoio, quasi una presenza sospesa tra il mondo reale e quello dipinto.
Per un istante si potrebbe immaginare che sia una delle figure dell’opera, uscita dal Corridoio per osservare, dall’altra parte, il cammino che stava percorrendo.
È un’immagine che suggerisce un rovesciamento dello sguardo.
Non siamo soltanto noi a guardare le persone rappresentate. Sono anche i loro volti, il loro silenzio, la loro condizione a interrogarci.
Tra chi osserva e chi è raffigurato si apre uno spazio invisibile.
Forse è proprio lì che l’opera comincia davvero a vivere.
Il viaggio materiale dell’opera si è concluso a Place de la Concorde.
Ma il suo cammino continua attraverso gli sguardi, le domande e le emozioni di chi la incontra.
Perché un’opera appartiene all’artista mentre nasce. Poi comincia, lentamente, ad appartenere anche a chi la guarda.
Federico Morelli — Corridoio, 2026
Acrilico su tela · Polittico di cinque pannelli · 500 × 192 cm
Salon d’Automne 2026 — Parigi
Sezione Héritage & Innovation
Vernissage: 27 ottobre 2026
Esposizione: 28 ottobre – 1° novembre 2026
